Gli orsi del Trentino, dopo qualche anno di silenzio in seguito alla tragica morte dell’orsa Daniza nel 2014, hanno, purtroppo, di nuovo raggiunto l’onore delle cronache con il recente attacco presso i laghi di Lamar. Un altro orso, nel frattempo, in Francia, ha fatto notizia per aver spaventato un gregge di pecore tanto da spingerle a lanciarsi verso la morte in un dirupo. Sotto attacco sui giornali e nel discorso pubblico finisce in questi casi non l’orso singolo, quanto l’intero impianto della tutela e reintroduzione dei grandi predatori in Europa. La questione centrale è come lo stato possa garantire sicurezza personale ed economica alle comunità locali, mentre difende il diritto di animali emblematici, ma considerati pericolosi, di convivere con l’uomo in almeno una parte dei territori in cui sono stati storicamente presenti. In nuce, la tutela degli orsi è una questione di costi e di rischi: chi pagherà i primi e chi sosterrà i secondi?

Questa è una questione antica nel rapporto tra uomo e orso, resa, in un certo senso, ancora più complessa dalla nascita del conservazionismo. Fino ai primi del novecento la caccia all’orso è stata spesso sostenuta dallo stato con premi in denaro. In questo sistema i costi, in termini di vite se non economici, e i rischi erano entrambi alla fine a carico, soprattutto, degli orsi. La radicale trasformazione dei paesaggi alpini occorsa nell’ultimo secolo ha comportato un’esponenziale riduzione degli areali a disposizione degli animali e la conseguente crescita degli incontri tra orsi e umani. La combinazione di tali processi con una politica di stato mirata allo sterminio degli animali ‘nocivi’ si è rivelata molto efficace nel ridurre la presenza degli orsi nelle Alpi.

La maggior parte delle colonie alpine di orsi, eccetto quella trentina e quella slovena, infatti, si estinse entro la fine degli anni ’30 del ‘900. In Trentino, nei decenni successivi, non sono mancati i tentativi di preservare la specie, tra cui il bando assoluto di caccia emesso dal regime fascista e vari progetti per l’istituzione di parchi nella regione. Attraverso un complesso sistema informale di compensazioni monetarie i costi sono stati a questo punto trasmessi allo stato e ai suoi organi periferici, mentre i rischi sono stati presi in carico dalle comunità locali. Un sistema in cui non sono mancati i conflitti tra comunità locali, fautori della tutela e amministrazioni pubbliche. Conflitti che, a rileggere, ad esempio, i giornali degli anni ‘50, non erano molto diversi per toni e atteggiamenti da quelli di oggi. Nonostante gli sforzi dello stato e dei conservazionisti gli orsi del Trentino si sono estinti a fine anni ’80, quando la piccola popolazione residua non poteva più garantire la riproduzione della specie. Fu questa crisi a spingere in direzione di un programma di reintroduzione di capi dalla Slovenia, finanziato dall’Unione Europea, che assicurasse la continuità ideale della colonia di orsi trentini.

Di recente ho discusso la storia di questi conflitti nel capitolo di un libro, recentemente apparso per i tipi di Routledge, dedicato a discutere il ruolo dello stato nella gestione della conservazione e la trasformazione di alcuni suoi organi in un vero e proprio nature state, sulla falsariga del più noto welfare state. Con la nascita, nel tardo ‘800, dell’interesse per la tutela, lo stato è diventato un protagonista nei conflitti per le risorse naturali tra umani e animali, finendo per essere percepito come un avversario da almeno uno degli attori in gioco. Nel momento in cui lo stato, infatti, si schiera a favore di una certa visione di come garantire al meglio un equilibrio tra diritti delle comunità e tutela dell’ambiente, esso sarà visto come di parte. In occasione di eventi come quello appena successo presso i laghi di Lamar poi, lo stato e i suoi organi periferici finiscono per essere visti come avversari da tutte le parti in causa, accusati di incompetenza ed inefficienza sia dagli ambientalisti sia dalle comunità locali. A questo si aggiunge il clamore di discorsi elettorali ideologizzati, che richiamano la propaganda identitaria adottata in questi anni per discutere di migranti: gli orsi del Trentino sono caratterizzati come stranieri e cattivi, ormai alieni al territorio alpino del Trentino. Fanno rumore appelli a ottenere, in questo caso dagli orsi importati come parte di un piano di ripopolamento dalla Slovenia, il controllo “in casa nostra” dopo aver distrutto la popolazione autoctona attraverso secoli di cattiva gestione e piani di abbattimento.

Insomma, i conflitti tra gli orsi e gli umani del Trentino non sono storia di oggi e non dipendono dalla quantità o dall’origine degli orsi. Al netto dei mal posti discorsi sovranisti di cui alcuni politici riempiono i loro proclami nelle ultime ore, gli incidenti registrati negli anni ’50, quando di orsi ce n’erano meno di quindici ed erano autoctoni, e quelli di oggi, quando ce ne sono probabilmente più di quaranta e sono stati reintrodotti, non differiscono troppo né per qualità né per frequenza. I conflitti di oggi sono, insomma, la riproposizione, in un contesto di norme, legislazioni e sensibilità diverso, dello scontro da sempre in atto tra due specie onnivore in conflitto per le risorse naturali presenti sul territorio. Nel tempo è cambiata anche la percezione della convivenza tra umani e animali e dell’accettabilità sociale e personale di determinati rischi. Con la diminuzione della presenza di predatori nelle Alpi, si sono modificate, per esempio, le abitudini dei pastori, che hanno nel corso dei decenni molto ridotto, in efficacia ed intensità, le misure adottate per garantire la sicurezza del bestiame rendendo la moderna pastorizia inadatta alla convivenza con l’orso.

Può essere che Kj2, l’orsa ritenuta responsabile dell’attacco dello scorso fine settimana e forse anche di un’altra aggressione due anni fa, sia particolarmente aggressiva e sia necessario rimuoverla. Può anche essere che vada rimossa semplicemente per quieto vivere, per ricondurre il discorso nei binari della normalità, sebbene sia possibile che abbia agito, entrambe le volte, solo per difendersi. Non è accettabile, però, farne un discorso che vada al di là del caso singolo: le Alpi si meritano ancora i loro orsi, e gli orsi le loro Alpi. Per garantire ciò è necessario imporre regole chiare su quali siano i comportamenti accettabili da parte degli umani nelle zone frequentate dagli orsi e quali siano le zone in cui gli orsi si possono muovere. È necessaria una nuova e più equa redistribuzione di costi e rischi tra stato, conservazionisti, orsi e comunità locali.